Donna e Mass-Media

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LA CLASSE IV BA OSPITE “D’ONORE” AL SEMINARIO SU DONNE E MASS-MEDIA - Galleria Fotografica

 Comunicazione: di che genere? Questo il titolo del seminario al quale ha partecipato la classe IV BA del nostro Istituto venerdì 9 ottobre. L’incontro, svoltosi a Schio a Palazzo Fogazzaro, fa parte di un ciclo di seminari itineranti in varie città del Veneto quali Venezia, Bassano, Adria, Rovigo e proposti dal progetto DUG, diritti umani di genere, finanziato dal Ministero delle Pari opportunità.

L’obiettivo di tali seminari è costruire una rete regionale che sviluppi una cultura comune e confronti costantemente le sue pratiche per il contrasto della violenza alle donne in una società multiculturale. Il primo passo da compiere in tale direzione è stilare una carta di intenti regionale per promuovere effettive pari opportunità alle donne.

Per prepararsi sul tema la classe IVBA, guidata dalla professoressa Ciocchetta, ha proceduto in varie tappe.

Dapprima ha effettuato una rassegna stampa attingendo da internet articoli  sulle donne tratti da diversi giornali e riviste; vari gli argomenti trattati: la violenza sotto forma  di violenza domestica, stalking, stupri,  omicidi nei confronti di donne di altre culture “ree” di aver acquisito costumi “occidentali”, le donne in politica, il “silenzio” delle donne in tv, la condizione femminile nei paesi in via di sviluppo, la mercificazione del corpo della donna.

In particolare su quest’ultimo argomento la classe ha visionato l’interessante e provocatorio documentario pubblicato in rete dal titolo “il corpo delle donne; è nato quindi un commento e un  successivo dibattito sulla donna-oggetto nei mass media, approfondito anche grazie alla lettura del libro, citato nello stesso documentario,  “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana Lipperini. Il saggio, ricchissimo di spunti e molto ben documentato, ha offerto qualche idea per la successiva realizzazione dei cartelloni.

La fase seguente è stata la rassegna stampa “cartacea” realizzata mediante fotocopie da riviste e giornali inerenti all’argomento-donna. Il comune di Schio, che ha promosso il seminario mediante lo sportello donna, ha gentilmente concesso a tre studentesse della classe di accedere alla biblioteca civica in orario di chiusura al pubblico e di fotocopiare gratuitamente giornali e riviste dell’emeroteca. In tal modo è stato possibile vedere quali immagini della donna vengano in genere messe in copertina, quale rilievo e quale spazio assumano  determinate notizie nella carta stampata.

L’ultima fase del lavoro preparatorio ha visto la realizzazione, a gruppi, di  sei cartelloni che focalizzassero l’attenzione sui seguenti aspetti: Mass media, Il corpo delle donne, Sì, ma quante?Ma quali bambine?Sotto il burqa, La stampa e le donne.

Tali cartelloni, accompagnati ciascuno da una didascalia esplicativa, sono stati esposti in una saletta attigua alla sala della conferenza creando così una mostra che i partecipanti al seminario hanno avuto modo di visitare. Grazie alla fattiva disponibilità e ospitalità della dott.ssa Lina Scarpari, responsabile dello sportello donna del comune di Schio, la classe IVB ha avuto uno spazio non solo fisico ma anche effettivo all’interno dell’incontro. Dopo l’ intervento della professoressa Bimbi e prima della relazione  della professoressa Capecchi, una ragazza della classe ha infatti presentato il percorso realizzato a scuola  e, assieme ad una compagna si è letteralmente seduta al tavolo dei relatori   per rispondere ad alcune domande poste dagli stessi…indubbiamente un’esperienza da brivido!

La soddisfazione più grande è stata la richiesta, da parte delle relatrici, di mettere in rete questo prezioso lavoro, anche in considerazione del fatto che molto possono le nuove generazioni nel creare un’autentica cultura delle pari opportunità.

Il lavoro dunque è solo all’inizio; i prossimi passi saranno la realizzazione di un power point sul percorso approfondito dalla classe IVB e un ulteriore incontro della stessa, a scuola, con la dottoressa Scarpari dello sportello donna per rivedere anche da altre angolature l’argomento.

E’ già nell’aria l’idea di un’assemblea d’Istituto sulle differenze di genere quasi a “consacrare” la nuova convivenza tra maschi e femmine nella sede centrale del nostro Istituto. Insomma, in breve…VIVA LE DONNE!!!

 

 A cura della prof.ssa Ciocchetta Stefania e della 4 BA TGA - 2009/2010

 

Documentario: il corpo delle donne.

Le immagini televisive sono comunicazione, memoria, sapere ed educazione;  sono uno specchio per nascondere o deformare la realtà.

La tv ha un potere incredibile: ruba, deturpa, mina il paesaggio della coscienza di tutti, ci toglie le fondamenta, ci dà un’idea di donna contraffatta , irreale.

Chi sono le donne? Cosa vogliono? Come vengono rappresentate dai mass media?

In tv e nei giornali i volti e i corpi delle donne sono stati occultati, si è persa la complessità del femminile; si propone invece un'unica natura femminile in contrapposizione a quella maschile. La donna presentata in tv deve accontentare e assecondare i presunti desideri maschili.

La donna è stata ridotta e si è autoridotta ad oggetto sessuale. Forse la donna non riesce a guardarsi allo specchio ed accettare se stessa così com’è.

Eppure essere autentici però è uno dei diritti fondamentali dell’uomo.

Le donne spesso hanno introiettato il modello maschile e non sanno più cosa vogliono veramente, si guardano l’un l’altra con occhio maschile; non a caso le pubblicità rivolte alle donne adottano un linguaggio seduttivo, come se dovessero proporsi ad un target maschile. 

Le donne sono sottoposte a una pressione continua sul dover essere belle.

Ma per quale motivo? Perchè il sistema funziona così!

I modelli di riferimento femminili sono tutti uguali: dalla politica, alla musica pop, allo sport, le donne importanti devono essere belle.

 

Le donne emancipate, se chiamate ad esporre il proprio pensiero come persone di cultura, devono porsi pubblicamente e dichiaratamente come oggetto del desiderio.

La femminilità diligente e studiosa , la percentuale elevata di donne che in ambito scolastico supera il rendimento dei maschi, una volta approdata nel mondo del lavoro sembra scomparire, anzi, alcune delle donne che a livello di istruzione erano tra le più promettenti “usano” il loro corpo e la loro capacità seduttiva come un prodotto da vendere nel mercato dello show business. Che l’obiettivo delle donne sia il successo o che sia il matrimonio il mezzo per riuscirvi sembra essere uno solo: l’avvenenza fisica; le donne “vincenti” usano il corpo come scorciatoia per ottenere un riconoscimento sociale. Si è fatto credere alle donne che il loro potere passi per l’esibizione disinvolta del proprio corpo; c’è il malinteso concetto per cui un essere umano che ha raggiunto la presunta liberazione dagli stereotipi possa usare i medesimi per divertirsi. Ma giocare con i simboli e con gli stereotipi presuppone una consapevolezza così potente e così granitica del gioco medesimo che è molto difficile non restarne scottati.

Molti programmi televisivi, reality e non, rappresentano donne come trepide aspiranti fidanzate e mogli, e in assoluto come membri di un volgarizzato harem, come docili (e nei confronti delle proprie simili, implacabili) esempi di una  femminilità antica. Il corteggiamento, il fidanzamento, il matrimonio in questi programmi sono proposti come l’obiettivo privilegiato dalle donne, conquista da sottrarre alle altre con tutte le armi a disposizione. La donna in tv è presentata come sposa o pornostar, altrimenti come isterica e rampante donna manager, o come perfida ammaliatrice. Nella realtà però, nella famiglia e nel lavoro l’ asimmetria di genere è un dato persistente:la cosiddetta parità invece che assicurare alle donne pari diritti garantisce loro il doppio lavoro, quello non retribuito a casa e quello fuori. 

La falsa immagine della donna vincente nel lavoro corrisponde ad una  percentuale di donne bassissima, in particolare in Italia. La donna rovinafamiglie enfatizzata dai film e contrapposta inevitabilmente alle donne che non rinunciano alla maternità per il lavoro semplicemente esiste in una percentuale trascurabile. Nella vita reale, al contrario, perdura il cosiddetto sex typing, la segregazione  orizzontale, che restringe l’occupazione femminile ad una rosa limitata di professioni; vi è poi la segregazione verticale, il cosiddetto “soffitto di cristallo” che ostacola l’accesso alle gerarchie aziendali.    

L’immagine della donna in tv è umiliante, il suo corpo è oggettivizzato; è scomparso il volto delle donne sopra i 40 anni perchè camuffato da una serie di interventi estetici che rendono l’immagine femminile stereotipata.

Le uniche donne che vengono presentate nella loro naturalezza o compaiono in programmi televisivi con bassa audience in tarda serata, oppure sono rappresentanti di una femminilità sguaiata e volgare, che si mettono in competizione con le donne più giovani .

Cosa si può fare di fronte alla dittatura della tv e dei media verso gli spettatori? Non è comunque sbagliato il sistema dei media in se stesso, compresa la rete Internet, perché non inventa niente e i suoi contenuti non fanno che riflettere il mondo reale, i simboli, le idee, i discorsi, i luoghi comuni, i pregiudizi e gli stereotipi ben installati nella vita quotidiana delle persone. Se mai contribuisce efficacemente a rinforzarli. La pubblicità e i mass media in genere non sono il luogo da cui scaturiscono gli stereotipi, essi  amplificano quegli stereotipi che già esistono. Non bisogna confondere mezzo e messaggio; ciò che conta è entrare nel mondo dei simboli per osservarli e riconoscerli, per renderli, forse e finalmente, innocui.  

Molti giornalisti, esperti, sociologi, opinionisti mettono sotto accusa le “nuove tecnologie”, computer, Playstation e telefonini in testa; eppure quel che avviene ha responsabilità più complesse e sottili, legate ad un’idea profonda del femminile che si distribuisce con modalità apparentemente innocue in centinaia di luoghi e di supporti. E quel che peggio è che questa “educazione” distorta viene impartita alle bambine fin dalla più tenera età. Si pensi alle eroine dei  fumetti, alle riviste per bambine, alla moda che vuole le bambine in minigonna e tanga, alla pubblicità che le dipinge come piccole cuoche, ai giocattoli che ripropongono alle bambine il vecchio armamentario della seduzione miniaturizzato, alle bambole sexy che rispecchiano e inducono i loro sogni: diventare madri, ballerine, estetiste, mogli di calciatori. Spesso poi sono le madri ad accettare acriticamente e a perpetuare i codici di costruzione di identità maschili e femminili stereotipati e discriminanti.

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MASS MEDIA

 

Non è sbagliato il sistema dei mass media in se stesso, compresa la rete Internet, perchè non inventa niente e i suoi contenuti non fanno che riflettere il mondo reale, i simboli, le idee, i discorsi, i luoghi comuni, i pregiudizi e gli stereotipi ben istallati nella vita quotidiana.

Il sistema dei mass media contribuisce però efficacemente a rinforzare ed amplificare tali visioni.

I media puntano ad un  solo scopo: il mercato. In base a tale logica l’immagine della donna dovrà quindi essere costruita ad uso e consumo delle leggi di mercato.

Per vendere bisogna far leva in modo parziale solo su alcuni desideri e istinti: quali? La volontà di apparire, di fare successo, la vanità, il narcisismo,il desiderio  di prevaricazione…

Per vendere bisognerà adeguarsi agli stereotipi e pregiudizi più radicati in modo che la comunicazione faccia presa immediata sulla massa.

Amplificando gli stereotipi che già esistono la pubblicità e i media li rilanciano e fanno tendenza; se da un lato i media seguono e riflettono la società, dall’altro la modellano con i simboli e i messaggi che veicolano.

I media quindi raccolgono in sé una grande potenzialità: perché allora non sfruttarli per promuovere un’ immagine più veritiera della donna e più rispettosa della sua dignità?

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SI’, MA QUANTE?

 

Gli stereotipi femminili proposti dai mass media non rispecchiano fedelmente la realtà; grande eco è data alla donna-oggetto che in nome di una presunta libertà sessuale fa di sé  un prodotto da vendere nello show business.

I media inoltre enfatizzano il ruolo di donne manager, imprenditrici, dirigenti, di donne attive in campo politico, culturale, scientifico, artistico, tecnologico.

È vero che queste donne esistono nella realtà però si impone una domanda: ”sì, ma quante?”

Quante invece le donne vittime della violenza domestica e non, quante donne imprigionate dal “soffitto di cristallo” o dalla segregazione orizzontale, il cosiddetto sex typing, che le relega quasi esclusivamente a impieghi di cura? quante le donne prive di aiuti nel conciliare la cura dei figli e professione, perché la cosiddetta parità invece che assicurare pari diritti garantisce alle donne il doppio lavoro?

È un fatto che le ragazze studiano di più, sulle loro doti intellettuali e sul loro impegno scolastico si sprecano le lodi, tuttavia molte di loro sono affascinate dal successo mediatico che sembra ridurle a una sola dimensione: il corpo.

Nella realtà la donna ha tantissime sfaccettature e contraddizioni: la sua identità resta un punto di domanda.

Quando finalmente sarà considerata, da se stessa e dagli altri, una persona?

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 BAMBINE

 

“Quali sono i modelli delle ‘nuove’ bambine? Che cosa sognano di essere? Madri? Ballerine? Estetiste? Mogli di calciatori?

Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire alla casa per padri e figli. La pubblicità le dipingono come piccole cuoche. La moda le vuole in minigonna e tanga. Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni: diventare madri, ballerine, estetiste, mogli di calciatori, appunto. Questo è il mondo delle nuovo bambine.

Niente più grembiulino rosa all’asilo, ma in tutti i toni del rosa è dipinto il mondo di Barbie e delle sue molte sorelle. Libri, film e cartoni propongono, certo, più personaggi femminili di un tempo: ma confinandoli negli antichi stereotipi della fata e della strega.”

Questo ed altro viene denunciato nel  libro  che abbiamo letto, Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini; l’indagine dell’autrice fa perno intorno a una domanda cruciale: “com’è possibile che le ragazze che volevano diventare Presidente degli Stati Uniti abbiano partorito figlie che sognano di sculettare seminude al fianco di un rapper?”.

L’autrice denuncia, tra l’altro, il fatto che la differenziazione dei ruoli, maschile e femminile, avviene in tenera età e ha inizio ben prima che i bambini abbiano accesso ai mass media; essa è indotta dal processo educativo, dall’imitazione e dall’identificazione negli adulti dello stesso sesso.

Insomma l’immagine femminile viene costruita fin dall’educazione ricevuta in famiglia da padri e madri che perpetuano l’educazione al genere, e al genere subalterno.

La responsabilità quindi non è solo dei simboli trasmessi dai mass media ma anche di una mentalità sessista che fatica a sradicarsi; i media, certo, non fanno che enfatizzarla ed amplificarla.

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SOTTO IL BURQA

 

I mass media tendono spesso a semplificare mostrando un “altrove” dove la dignità della donna è violata, dove la condizione femminile è raccapricciante, dove i diritti più elementari sono calpestati, dove la violenza e la prevaricazione sono “pane quotidiano” .

È vero, la piaga umanitaria del nostro secolo  è l’oppressione delle donne nei paesi in via di sviluppo: schiavizzate, emarginate, private dell’istruzione e delle cure mediche, vittime di sfruttamento sessuale, di aggressioni con acidi, uxoricidi, mutilazioni genitali, prostituzione forzata, vittime del bride burning (spose bruciate per mancanza di dote) nell’India induista, oggetto di  stupri di massa, vittime del famigerato turismo sessuale e di una discriminazione che le colpisce fin dalla possibilità di nascere o meno.

La lotta per l’emancipazione delle donne nei paesi poveri non può ignorare le responsabilità occidentali dunque ci riguarda, ma ci riguarda anche perché  il nostro paese è ormai multietnico e nuove culture sono sopraggiunte, portando con sé anche mentalità discriminanti nei confronti del sesso femminile.

Facendo leva sulla diffidenza della gente nei confronti del diverso, i mass media spesso tendono a semplificare, basandosi su stereotipi culturali che vorrebbero identificare tutto l’Islam con l’oppressione femminile. E’ facile così fare scandalismo sulle violenze, frequenti anche in Italia, di padri musulmani contro figlie “occidentalizzate e corrotte”. Il problema sussiste e non  lo si può negare, ma l’eco così ampia data dai mass media sembra voler dividere banalmente i “buoni” dai “cattivi” soffocando nel silenzio le invisibilità femminili di casa nostra meno evidenti, meno pittoresche.

Questo “altrove” dunque, in molti sensi, è qui, tra noi.

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LA STAMPA E LE DONNE

 

La stampa dà un grande spazio alle donne: se si tralasciano gli innumerevoli “consigli per gli acquisti” delle riviste femminili travestiti da articoli seri, le donne nella carta stampata sono per lo più legate a due stereotipi: vittime e seduttrici (o tutte e due le cose insieme).

Vi è poi un altro argomento che fa ancora notizia: le donne emancipate, impegnate nel sociale, in politica o nel mondo della cultura in generale; a riprova che tutto questo non può certo considerarsi “normale”. Le tanto sbandierate “pari opportunità” del resto solo raramente si traducono in fatti concreti. Come nell’informazione televisiva e telematica, così anche le notizie scritte usano talvolta  toni sensazionalistici: le vicende più scabrose subiscono una spettacolarizzazione che punta sulla curiosità morbosa del pubblico; le copertine dei settimanali stanno spesso a dimostrarlo.

Pur con dei limiti, l’informazione stampata mantiene comunque una funzione di denuncia e sostiene la causa della giustizia di genere e dell’emancipazione femminile.

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SEMINARIO “COMUNICAZIONE: DI CHE GENERE?”

Sintesi dell’intervento di Franca Bimbi (professoressa ordinaria di sociologia all’Università di Padova e delegata del sindaco per la cittadinanza attiva e per diritti alla differenza nel Comune di Venezia)

 

Schio è il primo comune del Veneto che ha firmato una carta comune tra vari servizi per far sì che la voce delle donne e quella degli uomini possano avere pari cittadinanza, sia come cittadini singoli sia nelle istituzioni. L’obiettivo è quello di stilare una carta di intenti regionale. Il lavoro delle scuole nel creare un dibattito attorno a questi temi con le nuove generazioni è preziosissimo; i giovani, del resto, sono esperti di comunicazione e costituiscono un bersaglio appetibile dei mass media.

Il Comune di Venezia ad esempio ha promosso dei laboratori nelle scuole per lavorare su tre assi rispetto alle differenze:

1)      differenze di genere

2)      differenze culturali e linguistiche

3)      differenze di orientamento sessuale

 

questa campagna autoprodotta dalle scuole ha sollevato un dibattito tra cittadini anche attraverso l’affissione di manifesti volutamente provocatori.

Diverse sono le costruzioni culturali della violenza sulle donne. Oggi in un paese multietnico come l’Italia  la cittadinanza ce l’hanno tutte le differenze. Certe forme di multiculturalismo costituiscono una sfida per le donne.

In base a recenti indagini e ricerche (coordinamento dei centri antiviolenza) questo è un momento di grandissimo arretramento culturale: nella sfera pubblica la voce delle donne c’è sempre meno ed è sempre meno legittimata.

Quando si parla di violenza sulle donne la si osserva esclusivamente dal punto di vista del diritto penale e del trattamento medico.

E’ urgente invece chiedersi anche quali siano le cause sociali e collettive della violenza sulle donne.

In genere si tende a recriminare la violenza sulle donne, ma il “coro” che si straccia le vesti per la violenza sulle donne si adegua a due pregiudizi di fondo

1)      la violenza non riguarda noi donne ma riguarda gli uomini, “mostri” di cattiveria legati a culture patriarcali

2)      noi donne delle culture occidentalizzate  siamo “normali” rispetto alle donne nelle culture “altre”.

In realtà non si può classificare la violenza in modo univoco; oggi si parla di violenze fisiche, psicologiche, economiche, sessuali; di fatto però ogni violenza è multipla e non si può schedare sotto un’unica categoria. Oggi non sappiamo ancora come mai la violenza abbia queste caratteristiche e perché si scateni; sta di fatto che interessa indifferentemente culture diverse, classi sociali diverse, livelli di istruzione diversi.

Quali sono oggi i “punti sensibili” che conoscono la realtà? I centri antiviolenza e le forze dell’ordine; anche se il sommerso è ancora moltissimo.  I servizi sociali sembrano gender blind; non vedono le violenze. Ma perché? Perché i servizi sociali e medico-sociali sono costruiti sul guardare alla violenza indipendentemente dal genere. Le persone però si sono costruite su differenze di genere; si parla quindi di violenza sessuata. Essa è la violenza interpersonale che nasce perché tra i due sessi ci sono delle differenze.

Nel corso del tempo la responsabilità della violenza è passata dalle donne agli uomini; nel 1965 in Italia è iniziata la costruzione della responsabilità maschile per la violenza sulle donne. Nel 1965 infatti, Franca Viola, una ragazza siciliana di 17 anni , rifiutò di sposare il suo ragazzo che l’aveva rapita e stuprata per poterla sposare; il matrimonio con lui avrebbe cancellato il delitto. Denunciandolo e andando contro la mentalità corrente che la considerava “disonorata” ha fatto in modo che il reato fosse punito. Se prima non c’è l’appropriazione sociale il diritto penale non può essere usato come soluzione.

Il discorso sociale può cambiare l’assetto giuridico. Solo nel 1981, per esempio, è tolta l’attenuante del delitto d’onore. La  “violenza domestica” esiste da non più di trentenni a partire dalla definizione giuridica della parità tra i coniugi. Fino al 1975 i mariti potevano usare “mezzi di correzione” nei confronti delle mogli. Fino al 1996 la violenza sessuale tra coniugi non era considerata crimine e l’obbligo del “debito coniugale” previsto dalla legge, veniva applicato in maniera unilaterale alla moglie, negando la violenza nel matrimonio.

La violenza quindi non si vince con la non violenza, ma con la “violenza” della parola che denuncia e rompe l’egemonia maschile; bisogna insomma aprire un conflitto, non soffocarlo e mettere tutto a tacere.

Nelle relazioni umane inevitabilmente c’è aggressività, cattiveria, potere; l’importante è cercare di lasciar da parte il “coro” che condanna e cercare di capire le cause del fenomeno.

Oltre alla violenza “concreta” c’è anche la cosiddetta violenza simbolica ovverosia una violenza che non viene recepita come tale dalla società, una asimmetria di genere che è interiorizzata e non considerata come tale.

Come asimmetria di genere si può pensare al cognome patrilineare (problema messo in luce con i figli del divorzio), alle asimmetrie di tempo. In un regime di libertà e reciprocità rivendicato dalle donne stesse, vi è però una deferenza nei confronti del tempo maschile. In un paese come l’Italia è molto evidente, di converso, il dominio della casa e dell’educazione dei figli da parte della donna; è un paese matricentrico, i bambini stessi hanno interiorizzato la deferenza verso il tempo maschile. Del resto anche in altri Paesi le cose non vanno molto diversamente; tutti i bilanci–tempo tra uomini e donne sono a svantaggio di queste ultime. Nell’evoluta Svezia il bilancio è, rispettivamente per donne e uomini, 60%-40% , in Italia 80%-20%, in Giappone 98%-2%.!!!

Con il fenomeno dell’immigrazione il mercato del sesso è aumentato; quanto poco siamo moderni! Nelle società tradizionali il matrimonio era lo scambio di donne tra gruppi di uomini. Oggi chi compra? I nostri uomini, mariti, figli!

Se si  condanna in modo unanime la tratta delle donne, abbiamo però interiorizzato una differenziazione tra prostituzioni.; si condanna la prostituzione di chi “lo fa per scelta” e si stigmatizza la libertà di vestirsi. Risultato: la prostituzione di strada continua ad esistere e le streeet workers continuano a lavorare alle fermate dei bus vestite da educande, mentre i vestiti succinti e il colore della pelle hanno messo a rischio anche le vacanze di alcune giovani turiste straniere.

Nella mentalità corrente si accetta poi acriticamente lo scambio asimmetrico di genere tra bellezza/ giovinezza/ capacità di prendersi cura (“lei”) e denaro/potere/ offerta di protezione (“lui”). Il contratto di genere nella coppia moderna è solo apparentemente paritario. Anche il cinema insiste su questi modelli (es. “Pretty woman”) e ci induce ad accettarli come “giusti”.

Se poi si passa alle pubblicità, alla sovraesposizione di “pezzi”di corpo femminile, quarti di donna, come li ha definiti qualcuno, si vede che c’è ancora un’idea di relazione tra i sessi subordinata e violenta. Non si vuole introdurre la censura ma piuttosto fare un ragionamento sulla libertà e su cosa ne fanno le donne.

La pubblicità odierna che mostra pezzi di donna disumanizzandola e riducendola a puro oggetto del desiderio si rifà alle foto delle prostitute del primo Novecento, dove erano mostrati semplicemente pezzi di donna; in questo senso alcune immagini che mostrano una donna seduttiva le restituiscono quanto meno l’interezza dell’individuo.

L’erotismo del resto è una forza sociale positiva; la definizione di rispetto in questo ambito si declina in vari modi. Ad esempio rispetto all’uso del burqa, o rispetto a come considerare o legittimare la prostituzione nelle sue varie forme i media contribuiscono potentemente a costruire la sfera pubblica; è nella sfera pubblica che la società conforma il campo della violenza simbolica in culture diverse. Solo in seconda battuta può intervenire l’elaborazione di norme giuridiche; queste ultime comunque, pur evidenziando una presa di coscienza sociale, non sono sufficienti a segnare cambiamenti di mentalità e messa in discussione di stili di vita accettati acriticamente.

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PRATICHE DI AUTOREVOLEZZA DELLE DONNE E

DISCORSI PUBBLICI

LABORATORIO PER UNA RETE VENETA

2008-2010

  

Seminario/4

COMUNICAZIONE:DI CHE GENERE?

Palazzo Fogazzaro, via Pasini 42

Schio – VI

9,10 Ottobre 2009

  

Comunicare le differenze nel discorso dei media

Saveria Capecchi

 

Partiamo dal presupposto che i media concorrono alla costruzione sociale della realtà nel diffondere valori, stereotipi, modelli femminili e maschili, modelli familiari, stili di vita, ecc. Per quanto concerne la rappresentazione di genere, quali orizzonti immaginari propongono, quali valori e modelli culturali? Quando i media osano e innovano, legittimando nuovi ruoli per donne e uomini, e quando invece confermano la tradizionale visione gerarchica tra i sessi (che costituiscono la base culturale che concorre a giustificare la violenza alle donne)?

Considerando il mainstream della comunicazione, è possibile individuare almeno tre fasi a partire dagli anni 60 del Novecento. 1) Negli anni della diffusione del femminismo, le studiose e gli studiosi dei media accusavano i media di rappresentare la donna in maniera stereotipata e lontana da una realtà sociale in trasformazione (le immagini prevalenti erano quelle della casalinga e della donna-oggetto e pochissimo quella della donna che lavora – mentre l’immagine maschile era quella dell’uomo di successo e del macho seduttore), sostenendo appunto che i media ostacolavano il mutamento sociale. 2) A partire dagli anni 80, in concomitanza con il prolificare delle reti televisive commerciali, i media cominciano a “tradurre” le istanze femministe (in maniera banalizzata e appunto commercializzata) diffondendo l’immagine della donna moderna, sicura di sé, che lavora, indipendente, sessualmente liberata, centrata su se stessa che cura molto il proprio corpo e il look (es. rivista Cosmopolitan o slogan come “Perché io valgo”): una donna-soggetto capace di competere con gli uomini nel pubblico e nel privato (si pensi in particolare alla figura della donna in carriera, che si dedica al lavoro, trascurando però gli affetti, la famiglia). 3) Negli anni 90 comincia a prevalere l’immagine di una donna moderna che per sentirsi realizzata deve eccellere in ogni ambito della vita: amore, figli, lavoro, relazioni sociali. La figura della Superwoman (es. Madonna, Angeline Jolie).

Rispetto agli anni 60-70 gli interrogativi degli studi su “genere e media” cambiano: se i media allora non sembrano avere ostacolato il processo di emancipazione femminile, d’altro canto valorizzano “a tutto tondo” le donne (il fare e il sapere delle donne)? I nodi del dibattito sono molteplici e si basano sui risultati di numerose ricerche di contenuto che attestano una sostanziale ambivalenza della figura femminile: una donna “liberata” del destino ineluttabile di moglie-madre-casalinga, ma in parte ancora succube del giudizio, del controllo e del potere maschile.

La stragrande maggioranza delle donne che compaiono nei contenuti dei media possiedono lo stesso modello corporeo: il corpo snello, tenuto in forma ritardando il più a lungo possibile i segni dell’invecchiamento, anche ricorrendo alla chirurgia estetica. L’ideale di bellezza femminile sostenuto dai media occidentali dagli anni 60 in poi coincidono con l’ideale della snellezza e della giovinezza. A questo tipo di corpo si associa il successo in amore e nel lavoro. Segno di liberazione dal ruolo materno (evocato da una figura corporea più rotondeggiante) e strumento di affermazione personale o nuovo codice normativo per la donna (un “dovere essere sexy” posto alla base dell’autostima femminile in complicità con lo sguardo maschile o male-gaze; es. la serie tv Sex and the City)?

Poche sono le voci e i punti di vista femminili nell’informazione (poche le “esperte” intervistate, poche donne che “fanno opinione”; inoltre le donne che fanno informazione- conduttrici e/o giornaliste – spesso sono esse stesse complici si una cultura che svaluta le donne).

L’immagine maschile è mutata in concomitanza con i mutamenti dell’immagine femminile. Negli ultimi decenni gli uomini sono ritratti anche in ruoli espressivi, come quello paterno e anch’essi cominciano a subire le pressioni del mercato in relazione all’ideale di bellezza: il modello corporeo maschile prevalente nei contenuti dei media è quello del corpo tonico e muscoloso. Anche in questo caso si apre il dibattito: mostrare il proprio corpo in pubblico è segno di un uomo più disponibile alla cura e agli affetti o nuovo strumento di potere? (Molto si è scritto sull’uso propagandistico del corpo di Berlusconi: i media lo ritraggono mentre corre, ci informano dei suoi ripetuti lifting e trapianti di capelli, ecc. – fino alle sue audaci prestazioni sessuali – a dimostrazione della sua eterna giovinezza, caratteristica ambita da ogni leader).

Immaginario mediatico postfemminista e postmoderno che raffigura donne e uomini centrati su se stessi che “possono tutto”. Il valore dell’individualismo prevale e se da un lato sembra illudere il pubblico che donne e uomini hanno pari opportunità de realizzazione personale, in realtà è un immaginario che tende ad occultare la disparità di genere ancora esistenti.

Se consideriamo nello specifico come i media rappresentano la violenza alle donne, si può sostenere innanzitutto che i media rappresentano solo la punta dell’iceberg della violenza alle donne (quella che viene denunciata e che diventa, appunto, notizia). Questi fatti di cronaca si possono ricondurre a tre frames: un primo frame riconduce la violenza sessuale al tema dell’immigrazione: gli uomini violenti sono gli stranieri e non gli italiani (e ultimamente si additano come autori della violenza i rumeni). Un secondo frame è quello della spettacolarizzazione della notizia entro il genere “giallo”. La violenza alle donne viene ricondotta entro il quadro dei crimini efferrati; il pubblico viene coinvolto fornendo tutta una serie di indizi, come appunto avviene con un romanzo giallo (caso di Garlasco, di Perugina). Il terzo frame è quello femminista, secondo il quale gli episodi di violenza alle donne sono tutti collegabili tra loro e dipendono da una cultura in cui siamo tutti immersi (italiani e non) che tende a considerare il corpo della donna proprietà maschile. 

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  A cura della prof.ssa Ciocchetta Stefania e della 4 BA TGA - 2009/2010